17 Set 2019

Dal personale agli appalti, passando per le forniture: le mani delle cosche sulla Sanità

 

La sanità calabrese per larga parte nelle mani della criminalità organizzata. Sono due – e sono le più importanti - le aziende sanitarie provinciali sciolte nel corso dell'annodi Claudio Cordova'Ndrangheta ovunque. Dal personale agli appalti, passando per le forniture e creando sprechi infiniti che si ripercuotono sui cittadini. E la gente muore. La sanità calabrese per larga parte nelle mani della criminalità organizzata. Sono due – e sono le più importanti - le aziende sanitarie provinciali sciolte nel corso dell'anno per "accertati condizionamenti" della 'ndrangheta. Lo scioglimento dell'Asp di Catanzaro, decretato dal Consiglio dei ministri, segue di sei mesi lo scioglimento dell'Azienda sanitaria di Reggio Calabria, disposto dall'allora governo Lega-Movimento 5 Stelle sulla scorta di una relazione firmata dall'allora ministro dell'Interno, Matteo Salvini. Era marzo.Le mani delle cosche sulla SanitàOggi, invece, i nuovi accertamenti su quella del capoluogo di regione: la commissione prefettizia di accesso antimafia si era insediata nel dicembre 2018, all'indomani di un'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, l'operazione "Quinta Bolgia", che aveva svelato presunte infiltrazioni di cosche di Lamezia Terme nella gestione di alcuni servizi aziendali. Nell'inchiesta erano finiti l'ex direttore generale dell'Asp di Catanzaro, Giuseppe Perri - i suoi predecessori Gerardo Mancuso e Mario Catalano indagati in stato di libertà -, Giuseppe Pugliese, direttore amministrativo sino all'ottobre 2017, ed Eliseo Ciccone, già responsabile del Suem 118 ed ora destinato ad altro incarico. Pesanti le conclusioni cui giunsero i magistrati della Dda ed i finanzieri del Comando provinciale del capoluogo e dello Scico di Roma. Secondo l'ipotesi accusatoria portata avanti dalla Procura retta da Nicola Gratteri, infatti, la cosca Iannazzo-Cannizzaro-Daponte aveva un controllo totale dell'ospedale di Lamezia Terme proprio grazie al management dell'Asp per il tramite di due politici, l'ex parlamentare Giuseppe "Pino" Galati e Luigi Muraca, componente del Consiglio comunale di Lamezia sciolto nel 2017 per infiltrazioni mafiose. Secondo l'accusa, gli Iannazzo-Cannizzaro-Daponte, grazie ai loro sottogruppi e alla connivenza di amministratori pubblici e politici, avevano il controllo della fornitura di ambulanze sostitutive del 118, oltre che dei servizi di onoranze funebri, della fornitura di materiale sanitario, del trasporto sangue e di altro ancora.Le trame e l’omicidio FortugnoDa sempre, peraltro, gli appetiti delle cosche d’alto rango si sono concentrati sul settore sanitario, che in Calabria è sempre stato una gallina dalle uova d’oro, una mammella cui attingere all’infinito, dato che circa l’80% del bilancio regionale è rappresentato proprio dalla spesa sanitaria. Non a caso, infatti, la Calabria è da diversi anni, ormai, sotto commissariamento, nel disperato tentativo di attuare un piano di rientro, che possa riportare la regione alla normalità. Da alcuni mesi, commissario per il piano di rientro è un generale dell’Arma dei Carabinieri, Saverio Cotticelli e il precedente governo gialloverde, con l’allora ministro Giulia Grillo aveva varato un durissimo Decreto Calabria, proprio nel tentativo di tutelare i cittadini calabresi vittime da troppi anni della malagestione della sanità.
In passato, infatti, altre aziende sanitarie locali e provinciali della Calabria, come l'Asl di Locri e la stessa Asp di Reggio Calabria nel 2008, erano state sciolte per infiltrazioni della criminalità organizzata. Anche dietro uno degli omicidi più eclatanti degli ultimi vent’anni, quello del vicepresidente del consiglio regionale, Franco Fortugno, assassinato a Locri il 16 ottobre del 2005, secondo molti potrebbe nascondersi la pista che porta alle trame che legano sanità e ‘ndrangheta.Lo scioglimento dell’Asp di Reggio CalabriaNel marzo scorso, era desolante lo scenario emerso dalla relazione che aveva portato allo scioglimento dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Reggio Calabria: “Punti di incontro tra la pubblica amministrazione e le consorterie di ‘ndrangheta” era scritto nel testo. Veniva inoltre stigmatizzata la fitta ed intricata rete di rapporti di parentela, di affinità e di frequentazione che legherebbero persone controindicate ovvero esponenti anche apicali della criminalità organizzata locale a numerosi soggetti che prestano attività lavorativa alle dipendenze dell'azienda, alcuni dei quali con pendenze o pregiudizi di natura penale.
Una promiscuità diffusa che sarebbe poi sfociata, quindi, nel caos organizzativo, nella cattiva gestione e nella infiltrazione della criminalità organizzata in vari settori: “In ordine ai rapporti tra l'Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria e le strutture private accreditate nonché le farmacie ed i depositi farmaceutici, le risultanze dell'accesso hanno disvelato l'assoluta mancanza di una corretta attività di pianificazione nonchè il costante superamento dei limiti annuali di spesa fissati dal competente dipartimento dell'amministrazione regionale con una conseguente, indebita erogazione di risorse finanziarie” è scritto nella relazione di scioglimento dell’Asp reggina. Per quanto concerne gli affidamenti di lavori, servizi e forniture, nel settore delle manutenzioni la commissione di indagine rimarca la mancata adozione da parte dell'azienda di norme regolamentari o di atti di indirizzo finalizzati a rendere uniformi le procedure di aggiudicazione: “La sistematica violazione delle regole di buon andamento ha trovato, altresì, ulteriore riscontro nella perdurante inapplicabilità della regola della evidenza pubblica, nella scelta dei contraenti e, più in generale, nell'attività contrattuale con particolare riferimento agli acquisti ed alle forniture di beni e servizi a mezzo di reiterate proroghe, rinnovi e acquisti fiduciari”.
Dal modus operandi avrebbero tratto vantaggio ditte controindicate, che avrebbero continuato a lavorare (e quindi a incassare denaro pubblico) nonostante fossero in odor di ‘ndrangheta. Tutto anche tramite affidamenti diretti. Addirittura, diversi immobili non risultano censiti al catasto o si trovano in stato di abbandono e che non è mai stato approntato un piano finalizzato alla valorizzazione o dismissione dei beni non strumentali all'esercizio delle funzioni istituzionali dell'azienda. La commissione di indagine sottolinea altresì che l'Azienda sanitaria provinciale reggina non ha mai intrapreso alcuna iniziativa per ottenere lo sgombero di immobili occupati senza alcun titolo da soggetti che annoverano pregiudizi di natura penale o legami familiari con esponenti di ambienti controindicati.
E molti immobili sarebbero stati persino “presi” da persone che non ne avevano diritto, ma che hanno potuto contare sullo strumento giuridico dell’usucapione.  Già la Corte dei conti in sede di giudizio di parificazione del rendiconto generale della regione Calabria per l'esercizio finanziario 2017 aveva stigmatizzato diversi passaggi, quali l'omessa approvazione dei bilanci a decorrere dal 2013, la mancata tenuta di scritture contabili obbligatorie ed una ingente esposizione debitoria aggravata dall'incapacità dell'azienda di avere esatta contezza dei debiti pregressi e di provvedere tempestivamente al pagamento degli stessi. "Manca la quantificazione del debito pregresso e sussiste un disallineamento nello stato patrimoniale del bilancio aziendale tra la contabilità e i valori inseriti a bilancio" è scritto nella relazione che ha portato allo scioglimento dell’Asp reggina nel marzo scorso.Lo scioglimento dell’Asp di CatanzaroOra lo scioglimento dell’Asp di Catanzaro, che fino a ieri era retta da un reggente, visto che ancora non era stato nominato il commissario che, in base al Decreto Calabria, avrebbe dovuto gestire l'Azienda per cercare di rimettere a posto i conti. Il nuovo ministro della Salute, Roberto Speranza, ha definito “molto seria” la situazione della sanità calabrese, mentre alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle chiedono che il Governo “prenda in mano al più presto la situazione della sanità calabrese, dotando le aziende del Servizio Sanitario Regionale di vertici capaci di garantire legalità e tutela della salute con indipendenza e coraggio”. La sanità calabrese fa i conti da decenni con la burocrazia, nelle cui pieghe si annida il sotterfugio, o, più spesso, il malaffare. Fa i conti con la lottizzazione non solo dei posti apicali, ma anche dei lavori più “normali”, spesso ad appannaggio della classe politica e dei clan della ‘ndrangheta, tramite concorsoni costruiti su misura per permettere scontate vittorie. Una situazione che ha portato quindi a tagli enormi, che hanno finito con l’azzerare i servizi offerti alla popolazione, costretta (ove ne abbia le possibilità, anche economiche) a migrare per potersi curare. Ritardi nelle liste d’attesa, apparecchiature obsolete, medici sotto organico e spesso aggrediti, per via dell’assenza di protezione nei pronto soccorso e, quindi, i casi, sempre più frequenti, di malasanità: un quadro così desolante, ovviamente, non può che ripercuotersi sui cittadini e su lavoratori. Entro la fine dell’anno, infatti, circa mille precari rischiano il licenziamento, con conseguenze inimmaginabili sui servizi sanitari forniti nella regione. Così muore il diritto alla salute, così muoiono i calabresi.13 settembre 2019

Fonte: TISCALI NEWS

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